DAY FIFTY EIGHT – HAPPY BIRTHDAY TO ME!

Voi ci credete a quelli che dicono che quando vuoi che le cose vadano bene, le cose vanno bene?

Che l’Universo in qualche modo ti ascolta se tu lanci messaggi positivi. Se pensi positivo.

Ecco, io ci credo si e no però devo dire che in questi giorni l’Universo mi sta ascoltando.

Sapete perchè mi sono scritta in quel famoso siti di “incontri”? perchè volevo andare oltre in qualche modo. Volevo smettere di fare paragoni, di pensare come Lui avrebbe fatto certe cose, pensare che stavano bene insieme (che è vero) ma che non importa perchè ci sarà sicuramente qualun’altro con cui starò bene ed avrò feeling.

Ma soprattutto volevo arrivare a quel punto di rottura. Il cambio del pensiero persistente.

Fondamentalmente non sono mai stata single. Anche quando ero single c’era sempre qualcuno nei miei pensieri. Sbagliando spesso. Perchè io mi impunto. Ma sto iniziando a capire che cos’è il rispetto per se stessi. Che cosa significa il sano egoismo.

E così l’universo mi sta facendo incontrare di nuovo vecchi amici. E mi si stanno organizzando da soli viaggi, concerti, pranzi, serate.

Oltre ai nuovi amici che mi sto facendo il quel famoso sito(che sono pochi anzi, uno al momento, ma mi diverto molto davvero a vedere cosa riescono a scivere certi cazzoni pur di fare colpo).

Quindi sì, è un bellissimo compleanno e sono davvero felice perchè la felicità che provo in questo momento non dipende proprio da nessuno ma solo da me!

QUAL E’ IL MIO LIMITE

Premessa: Non mi sono mai piaciuti più di tanto i post  cupi. I post dove si parla di sofferenza o di lacrime. O meglio, non mi piacciono in misure eccessive. Pubblico questo ora perchè scrivere mi aiuta davvero tanto ad esternare. Magari ce ne saranno altri e diventerò pesante ma questo è quello di cui ho bisongo. Non sono mai stata brava a parole dette. Lo scrivo perchè il blog l’ho aperto perchè mi aiuta a comprendere e anche solo a ricordare. La mia Vita è tutta fra queste pagine.

Troppe lacrime per una sola persona. Avevo scritto troppe lacrime per una persona sola. Poi ho spostato la parola sola. Perchè sola non sono. Però le lacrime ci sono. E sono troppe. Pensavo di essere arrivata ad un punto di svolta. Tempo fa. Eppure non era una svolta. E non so davvero cosa fosse perchè stavo bene. Il pensiero era davvero quasi sparito. Poi le cose sono cambiate. Sono precipitate. Io sono ruzzolata. Mi sono ritrovata davanti ad un burrone e sono inciampata. Mi sono sporta anche se qualcosa mi tratteneva e diceva che non lo dovevo fare. Il terreno ha ceduto. All’improvviso. E io sono caduta. Io spero che questo sia davvero il fondo. Perchè se non è il fondo allora cosa ci può essere di peggio? Io spero davvero che questo sia il fondo perchè quando arrivi a terra arriva un momento in cui finalmente ti puoi rialzare. Sento la forza di gravità che mi spinge a terra e non mi lascia rialzare. Le braccia pesanti. Le gambe stanche. Ed il cuore che chiede un po’ di tregua. Vorrei davvero un po’ di serenità. Una briciola basterebbe. Sto cercando qualcuno che mi dica cosa fare. Nessuno può dirti cosa fare. Eppure io lo vorrei sapere. Vorrei quella frase giusta e consapevole. Quella decisione da prendere che fa ancora più male. Non riesco a capire come possa capitare di arrivare a tale limite. Io sono una persona che vive al massimo eppure, per un senso di auto conservazione, ci dovrebbe essere un momento in cui decidi che è ora di frenare. E’ ora di dire basta. Continuo a dirmi che devo fare quello che mi fa stare bene. Ma cosa mi farebbe stare davvero bene? Perchè a volte siamo costretti a decidere di vivere il male minore? E la cosa peggiore in tutto questo è che io sono la cretina che si è messa in questa situazione e sempre io sono quella che non riesce a staccare il corpo da terra. Piegare le ginoccia. Rialzarsi. Cadere forse di nuovo ma per qualcun’altro. Quanto male dobbiamo sopportare prima di dire basta? e quanto male riusciamo a sopportare? Qual è il mio limite?

Avete presente il gioco dei pro ed i contro sul piatto della bilancia? Ho giocato. Vincono i contro. Se ci sono le lacrime vincono sempre i contro. Frasi fatte mi sono passate innumerevoli volte nel cervello. Razionalizzazioni di vari momenti e parole. Tutto porta a dire basta. Perchè una parte di me non riesce ad arrendersi? Forse perchè una parte di me non riesce a convincersi, per l’ennesima volta, che un’altra persona su questa terra ha deciso che io non vado bene. Mi sento sbagliata. Non apprezzata. Sento che tutto quello che di buono mi è stato detto è stato spazzato via. So che se una persona non ti apprezza non vuol dire che tu sia una brutta persona. Ma se per anni ti sono piaciute persone cui tu non piacevi forse arriva un momento in cui ti chiedi: cosa c’è che non va?

So che la risposta è niente. Non si può piacere a tutti eppure credo che sia umano traballare. Vogliamo essere apprezzati per quello che siano e cerchiamo conferme anche se sosteniamo che non ce ne frega un cazzo del giudizio degli altri. Non è che io voglia essere lodata ma vorrei sapere davvero se la persona che giorno per giorno sto cercando di essere è una persona che merita un po’ di felicità. Perchè le belle persone lo meritano. So che la felicità è fatta di piccole cose. Che la felicità è cercare di apprezzare quello che abbiamo ma arriva un momento in cui ti rendi conto di quello che hai e lo apprezzi ma allo stesso tempo si rende sempre più evidente quello che ti manca e che vorresti. Una persona al mio fianco.

Lo rileggo e scendono ancora lacrime. Forse è la volta buona, penso. Qual è il mio limite? Il mio limite lo scoprirò quando non avrò più lacrime da versare. Quando ci sarà una risposta alla domanda perchè? C’è sempre una risposta. A volte la dobbiamo cercare. A volte la dobbiamo solo ascoltare. Quando l’inevitabile diventerà l’unica strada possibile. Le ferite dell’anima sono quelle che fanno più male. Quelle che non si vedono. Quelle che ci rendono più forti. Quelle che ci rendono le persone che siamo. Io che persona sono? E che persona voglio essere? Una persona libera.

Poi comunque un momento di felicità. Una telefonata in una giornata speciale ad una persona speciale. Auguri Anna dalla zia per i tuoi 4 anni. Che la Vita ti faccia sorridere sempre come tu hai fatto sorridere me!

PRICIPESSA DELLA LUNA

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…UN (REGALO) FRA I TANTI…

Tanto, tanto tempo fa, viveva un tagliabambù. Egli era immensamente povero, e anche triste, poichè la Provvidenza non gli aveva mandato figli per allietargli la vecchiaia; e ormai, nel suo cuore non v’era più speranza di riposarsi dal lavoro fino a quando fosse sopravvenuta la morte. Ogni mattina si recava per foreste e per valli, dove il bambù elevava le grandi spighe al cielo. Egli sceglieva allora i fusti migliori, li tagliava per la lunga, oppure li fendeva alle giunture, poi se li portava a casa e con essi fabbricava per sí vari utensili domestici da vendere al mercato, e di quelle somme ricavate, il vecchio e la moglie campavano.

Una mattina, come al solito, il vecchio era andato a lavorare, e, trovata una fitta macchia di piante, cominciò a darsi da fare per tagliarle; all’improvviso, l’intera piantagione fu pervasa da una chiara e soffice luce, come illuminata dalla luna piena: il vecchio si guardò intorno stupefatto, e vide che il flusso luminoso proveniva da una pianta di bambù. Tutto meravigliato, lasciò ricadere l’ascia a terra e fece capolino sulla pianta, e si rese conto che il fascio di luce usciva da una cavità del gambo, e, ancora più attonito, vide che nel bezzo della luce era rannicchiata una creatura umana, alta appena tre pollici (poco più di 2 centimetri), e incredibilmente bella. Entusiasta, il vecchio gridò: “Tu devi essere un bimbo inviato dalla divina provvidenza apposta per me, dal momento che ti ho trovato io in mezzo alle piante di bambù”, e felice, prese in braccio la bambina, la portò a casa dalla moglie. La bimbetta era immensamente graziosa e minuscola, che la vecchia la depose in un cesto per proteggerla da ogni eventuale pericolo.  E fu così che i due vecchi furono tanto felici, perchí avevano tanto desiderato un figlio e finalmente l’avevano, e così, da quel momento si occuparono con anima e corpo ad allevare quella creaturina che era stata loro donata in un modo così straordinario. Da quel momento in poi, ogni volta che il vecchio tagliava una pianta di bambù, vi trovava all’interno una pietre preziose e pepite d’oro, e in questo modo, diventarono presto ricchi. Il vecchio costruì da solo una bellissima casa, e da quel momento, non si parlò mai più di lui come un misero tagliabambù, ma come un uomo benestante.

Passarono tre mesi, e la bambina crebbe e divenne una meravigliosa signorina, e siccome ormai era grande, i suoi genitori adottivi le pettinarono i capelli da donna adulta, e le fecero indossare dei bei kimono; era così bella che la accomodarono dietro a dei paraventi, come una principessa, al riparo da occhi indiscreti. Sembrava come se fosse fatta di pura luce, era così luminosa che anche di notte la casa era avvolta da soffici fasci di luce, come fosse giorno. La sua presenza aveva un effetto positivo sui due vecchi: quando il vecchio si sentiva triste, gli bastava rimirare la sua figlioccia e la malinconia scompariva, ed egli tornava ad essere felice come quando era ragazzo.

Venne infine il momento di trovare un nome per lei, e ne scelsero uno fiero e importante: la chiamarono, Kaguya-hime, che significa “notte splendente”, perchí era sempre così brillante e luminosa da sembrare una figlia della dea della Luna. Festeggiarono per tre lunghi giorni, tra musica e balli: parteciparono amici e parenti della coppia, e grande fu la gioia per l’evento. Tutti quelli che la videro dissero che mai si era vista creatura più incantevole, e in nessun angolo del Paese esisteva una dama più bella, e che tutte le più belle ragazze, davanti a lei sfiguravano. La fama della sua bellezza si sparse in lungo e in largo, e furono molti i pretendenti alla sua mano, e tanti giungevano ogni giorno alla sua casa anche solo per rimirarla. Si appostavano all’esterno e facevano piccoli buchi nel recinto, con la speranza di intravederla quando si spostava da una camera alla veranda. Per notti e giorni non si mossero di lì, sacrificando ore preziose di sonno per poterla osservare, ma in vano. Di tanto in tanto, qualcuno riusciva ad accostarsi all’entrata di casa, e cercavano di avvicinare la coppia di anziani per parlare con loro, o almeno, con qualcuno della servitù, ma venivano inevitabilmente allontanati. Nonostante la delusione che provavano, non rinunciarono a cercare in tutti i modi di vedere la Principessa, e restarono lì inchiodati per giorni e giorni. Alla fine, la maggior parte di loro finalmente si rassegnò e se ne tornarono alle loro case; tutti, tranne cinque cavalieri, la cui determinazione crebbe malgrado gli ostacoli, anzichí smorzarsi. Questi cinque uomini erano pure rimasti senza viveri, così, cercavano di racimolare il più possibile per sopravvivere e per poter restare davanti alla casa, e vi rimasero con ogni condizione meteorologica, sia con il bello, che con il brutto tempo. A volte mandavano lettere destinate alla Principessa, ma senza risposta; vedendo che le missive non funzionavano, cominciarono a scrivere poemi che raccontavano drammaticamente del loro amore appassionato e non corrisposto, che faceva loro perdere sonno, cibo, e riposo, e persino la casa; ma neanche quella volta la Principessa diede segno di sí. Strazianti inverni passarono; neve, ghiaccio e vento gelido lasciarono il posto al mite clima primaverile. Venne poi l’estate, e il sole ardeva su cielo e terra, e ancora quei cinque cavalieri attendevano un segno. Alla fine di quei lunghi mesi invocarono il tagliabambù e lo implorarono di far loro la grazia di conceder loro un incontro con la Principessa, ma egli rispose che non essendo il suo vero padre, non poteva obbligarla a fare ciò che non voleva. A quella risposta che non lasciava scampo, finalmente desistettero e decisero di tornarsene a casa, riflettendo e pensando a un modo di arrivare al cuore di quella creatura orgogliosa, o che almeno si degnasse di conceder loro udienza. Presero in mano i rosari e s’inginocchiarono davanti agli altari domestici, offrendo incenso a Buddha, pregandolo che accogliesse la loro supplica. E così, trascorsero diversi giorni. Poi, ripartirono alla volta della casa della Principessa Kaguya. Questa volta, il vecchio venne a riceverli, ed essi gli chiesero se sinceramente la Principessa era proprio decisa a non avere contatti con nessun uomo, e lo pregarono di riferire alla giovane i loro messaggi, in cui essi le dichiaravano immenso amore, e che niente e nessuno avrebbe tolto loro la speranza di conquistare il suo cuore, e che avrebbero considerato la lunga attesa come un premio se ella avesse concesso loro anche una sola speranza. Il vecchio ascoltò commosso i loro discorsi, dispiaciuto, nel suo intimo, per loro, e avrebbe voluto vedere la sua cara figlioccia sposata e felice con uno di loro. Così, andò da lei e le disse rispettosamente: “Malgrado via abbia sempre considerata quasi una creatura celeste, ai miei occhi siete ancora la mia bambina, mentre voi siete stata lieta di godere della mia protezione. Rifiutereste ora di assecondare un mio desiderio?” Kaguya-hime rispose che avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui, che onorava e amava come un vero padre, e che per quanto la riguardava, la sua vita era cominciata quel giorno in cui egli l’aveva raccolta nella piantagione di bambù. Il vecchio ascoltò con grande gioia queste parole, dopodichí le confidò quanto fosse ansioso di vederla maritata e felice e che sperava tanto che ciò accadesse prima della sua morte: “Io sono moto vecchio, ho superato i settant’anni, e sono ormai prossimo alla fine, perciò, è necessario, e trovo giusto, anche, che voi concediate un incontro a quei cinque pretendenti, e che ne scegliate uno come vostro sposo.” “E perchí mai?” rispose la Principessa, “devo proprio farlo? Non desidero affatto sposarmi.” “Sono passati molti anni da quando eravate una creaturina di tre pollici, nel mezzo di tutta quella luce. E fu quella luce portentosa ad attirarmi a voi; per questo, ho sempre pensato che foste una creatura sovrannaturale. Finchí sarò in vita è giusto che voi facciate come volete, ma un giorno io non ci sarò più, e allora, chi si prenderà cura di voi? Perciò vi prego di incontrare quei cinque coraggiosi uomini e sceglierne uno per marito.” Poi, la Principessa rispose che era sicura di non essere poi tanto attraente come dicevano, e che forse se avesse sposato uno sconosciuto poi si sarebbe pentita. Così, dal momento che non si sentiva sicura di loro, nonostante le parole rassicuranti del padre, non riteneva opportuno incontrali. “Quanto dici è condivisibile,” disse il vecchio, “ma allora, quale altro uomo accetterai di vedere? Questi cinque uomini ti hanno aspettata per mesi, sono rimasti fuori di casa dallo scorso inverno, sono rimasti al freddo e alla fame solo per vederti. Cos’altro pretendi?” Ed ella rispose che voleva mettere ancora il loro amore alla prova, prima di conceder loro l’incontro. Come prova d’amore, i cinque combattenti dovevano portarle da terre lontane qualcosa che ella volesse possedere.

La stessa sera, i pretendenti arrivarono e cominciarono a suonare il flauto a turno, e cantarono per lei parole da loro composte, e le canzoni riguardavano tutte il grande e immenso amore che nutrivano per lei. Il vecchio uscì a offrir loro la sua solidarietà e dimostrando stima per tutti i sacrifici che avevano dovuto sopportare per conquistare il cuore di sua figlia. Poi recapitò loro il messaggio di lei, in cui ella dichiarava che avrebbe sposato colui che le avrebbe portato quanto chiedeva. Questa era la prova. I cinque accettarono la sfida, e la ritennero un ottimo compromesso per fugare eventuali gelosie.

La Principessa mandò a dire al primo cavaliere di portarle la coppa di pietra che era appartenuta a Buddha in India. Al secondo chiese di andare fino al monte Horai, situato nel mare orientale, a prenderle un ramo dell’albero prodigioso che cresceva sulla sua cima. Le radici di quell’albero erano d’argento, il tronco d’oro e i rami producevano frutti simili a candidi gioielli. Al terzo fu ordinato di andare in Cina a cercare il topo di fuoco e di riportarle le pelli. Il quarto doveva trovare il drago che portava sulla testa la pietra dei cinque colori e portargliela. Al quinto fu chiesto di trovare la rondine che aveva nello stomaco una conchiglia e portargliela. Il vecchio pensò che quelle prove fossero troppo difficili da superare ed esitò a riferire i messaggi, ma la Principessa non avrebbe accettato compromessi, così, gli ordini furono recapitati parola per parola ai cinque uomini, i quali, nel sentire le richieste, rimasero affranti e delusi poichí pensavano proprio che fossero dei compiti impossibili da assolvere e se ne tornarono a casa disperati. Ma dopo qualche tempo, ripensando alla Principessa, sentirono nei loro cuori il richiamo dell’amore, e decisero di tentare nell’impresa.

Il primo cavaliere mandò a riferire che partiva immediatamente alla ricerca della coppa di Buddha e che contava di riuscire a trovarla, ma non ebbe il coraggio di recarsi fino in India, perchí in quell’epoca era molto rischioso viaggiare, così, andò in un tempio a Kyoto e prese una coppa comune dall’altare, pagando generosamente il prete per la complicità. Poi l’avvolse in un panno d’oro, lasciò trascorrere tre giorni e tornò dal vecchio con quella. La principessa  Kaguya-hime si meravigliò del precoce ritorno del pretendente, ma scartò ugualmente la coppa d’ora, aspettandosi di vedere un gran fascio di luce, ma la stanza rimase buia, così, capì che si trattava di un falso e non del pezzo autentico. Tornò subito indietro, e respinse il cavaliere; quello buttò via la coppa tarocca e tornò a casa disperato. Ormai sapeva che non avrebbe mai conquistato la principessa.

Il secondo cavaliere disse ai suoi genitori che desiderava cambiare aria per questioni di salute, perchí si vergognava di raccontar loro la verità. Lasciò la sua casa e nello stesso tempo mandò a riferire alla principessa che partiva immediatamente per il Monte Horai con la speranza di riportarle in dono il ramo dell’albero d’oro e d’argento che lei desiderava. Si fece scortare dai servi per una parte del cammino, poi li rimandò indietro; raggiunse il mare e s’imbarcò su una piccola nave, ma dopo tre giorni di navigazione sbarcò e incaricò alcuni carpentieri di costruirgli una casa progettata in modo che nessuno potesse avere accesso, poi, vi si rinchiuse dentro con sei abili gioiellieri, con l’intento di riprodurre un ramo d’oro e d’argento il più possibilmente uguale a quelli autentici, che si trovavano sul Monte Horai. Tutti quelli che erano stati da lui consultati, avevano dichiarato che il monte Horai non esisteva e che fosse tutto frutto della fantasia. Finita la fabbricazione dell’oggetto prezioso, rientrò a casa e cercò di assumere un aspetto trasandato e malconcio per far credere di essere stato realmente in viaggio. Mise il falso in una scatola laccata e lo portò al vecchio, pregandolo di condurlo dalla principessa. Il vecchietto si fece ingannare dall’aspetto stanco e malridotto dell’uomo, e credette che fosse veramente di ritorno dal Monte Horai con il ramo autentico, così, cercò di convincere la figlioccia a riceverlo: ella, però, rimase silenziosa e malinconica. Il vecchio tirò fuori il dono dalla scatola e cominciò ad elogiare l’oggetto, dicendo che era un tesoro magnifico, come non se ne erano mai visti prima; lodò il cavaliere per il coraggio e la bravura, per aver intrapreso un viaggio in un luogo tanto remoto come il Monte Horai. La Principessa prese il ramo in mano e lo esaminò attentamente, poi, dichiarò fermamente che era impossibile che l’uomo potesse procurarsi il ramo dall’albero magico su Monte Horai in così poco tempo e senza difficoltà, e si disse dispiaciuta, ma dichiarò che era un oggetto artificiale. Il vecchio, allora, uscì dalla stanza e andò dal cavaliere (che nel frattempo attendeva fuori) a domandargli dove avesse trovato quel ramo, e quello non si fece scrupoli e s’inventò tutta una lunga storia. E disse:

“Due anni fa salpai in cerca del Monte Horai; dopo aver veleggiato per un po’, approdai al Mare Orientale, soltanto che poi scoppiò una violenta tempesta e io fui sballottato avanti e indietro per diversi giorni, perdendo completamente direzione, finchí un giorno attraccai fortunosamente a un’isoletta sconosciuta. Scoprii che era abitata da demoni, i quali mi minacciarono di morte, ma riuscii a cavarmela, facendomi amico di quelle orribili creature, così, alla fine aiutarono me e la mia truppa nelle riparazioni della barca, e potei ripartire, ma poi i viveri scarseggiarono e molti di noi soffrirono di mal di mare. Finalmente, dopo al cinquecentesimo giorno di navigazione, avvistai il picco di un monte all’orizzonte; ci avvicinammo, e fu chiaro che si trattava di un’isola, al cui centro sorgeva un alto monte. Sbarcammo, e dopo aver perlustrato la zona per due o tre giorni, vidi qualcosa di incredibilmente splendente venire verso di me portando in mano una coppa d’oro. Mi avvicinai, e chiesi se, per caso, mi trovassi sull’isola del Monte Horai e quello rispose di sì. Con enormi difficoltà, mi arrampicai fino in cima: lì sorgeva l’albero d’oro, con le radici d’argento piantate in terra. Sapete, sono tante le meraviglie di quella strana terra, e se cominciò a raccontarvele, non la smetterei più! Avrei voluto fermarmi a lungo, ma poi ho preferito andarmene appena staccai un ramo. Anche affrettandomi il più possibile, mi ci vollero quattrocento giorni, e, come vedete, i miei abiti sono ancora logori per il lungo viaggio in mare. Ero talmente ansioso di portare il ramo in dono alla Principessa, che non ho neanche pensato di cambiarmi.”

Ma proprio in quel momento i sei gioiellieri, che non erano ancora stati pagati dall’uomo, vennero a chiedere il compenso alla Principessa: dichiararono che il tale cavaliere aveva commissionato loro la fabbricazione di un ramo d’oro e d’argento dai frutti d’oro e d’argento, e di aver lavorato per più di mille giorni per realizzarlo, e ora, desideravano riscuotere. Così, l’imbroglio fu smascherato, e la Principessa, lieta di potersi liberare di un pretendente importuno, restituì l’oggetto e quello fu congedato. I costruttori furono graziosamente retribuiti, e anche loro se ne andarono via soddisfatti. Ma sulla strada del ritorno incrociarono il committente deluso, che li massacrò di botte fin quasi ad ammazzarli, furioso per essere stato scoperto. Infine se ne tornò a casa, affranto e disperato per aver perso ogni speranza di conquistare la bella principessa, e si ritirò a vita privata in mezzo alle montagne.

E fu la volta del terzo pretendente: siccome aveva un amico in Cina, gli scrisse di procurargli la pelle del topo di fuoco (la caratteristica di questo portentoso animale era che il fuoco non poteva fargli alcun male); scrisse che l’avrebbe ripagato profumatamente per il servizio, e aspettò la risposta. Dopo un po’ di tempo, ecco giungere la risposta, che annunciava il suo arrivo per mare: il cavaliere cavalcò sette giorni per andargli incontro: pagò una gran somma all’amico per la pelle del topo di fuoco, e, tornato a casa, impacchettò la pelle e la portò a casa dell’amata. Mentre quello attendeva speranzoso, il vecchio tagliabambù consegnò il dono personalmente alla figlioccia, pregandola di ricevere subito lo spasimante, ma ella rifiutò, spiegando che prima doveva esporre la pelle al fuoco per accertarsi che fosse quella autentica: ma quella pelle fasulla inizialmente scoppiettò e poi bruciò completamente. Così, anche l’inganno di costui fu sfatato.

Ora, il quarto uomo si rivelò ancora meno intraprendente dei suoi predecessori, e invece che partire personalmente alla ricerca del drago che porta sulla testa la pietra dei cinque colori, incaricò i servi di farlo al posto suo, ponendo la condizione che non dovevano assolutamente tornare a casa senza prima averla trovata. Quelli, tuttavia, che non avevano la minima intenzione di perdere tempo ad assolvere un compito che ritenevano impossibile, si ne andarono a bighellonare in mete turistiche diverse, lamentandosi fra loro per l’irragionevolezza del padrone. Nel frattempo il padrone, sicuro che i domestici riuscissero nell’impresa, fece ristrutturare la casa e l’abbellì di arredi lussuosi, per accogliere degnamente la Principessa, sicuro di vincere, ma passò un anno mentre attendeva ancora il ritorno dei servitori. Disperato, decise di prendere con sí due uomini e partire di persona alla ricerca del drago. Il capitano e la truppa rifiutarono di salpare per un’impresa impossibile, ma quello li obbligò con la forza a ubbidire. Dopo pochi giorni di navigazione, incontrarono una violenta tempesta che durò per giorni e giorni, e prima che si placasse, il cavaliere aveva già deciso di rinunciare alla ricerca del drago. I mezzi di navigazione erano primitivi, a quei tempi, così furono gettati su una spiaggia. Esaurito dalla stanchezza e stufo marcio dell’avventura, decise di fermarsi: si era beccato un violento raffreddore, e dovette mettersi a letto con la faccia gonfia. Quando la notizia della sua disavventura fu riferita al governatore del posto, egli mandò una missiva al cavaliere in cui lo invitava a casa sua. Mentre quello se ne stava tutto depresso a rimuginare sulle sue sventure, riflettí sulla principessa e il suo amore si trasformò in rabbia, e prese a biasimarla per averlo così messo nei guai, e si convinse che probabilmente ella aveva cercato un pretesto qualsiasi per liberarsi di lui. A quel punto i servitori che egli aveva mandato in giro a cercare il drago, seppero di lui e si recarono a trovarlo, e si sorpresero nel ricevere lodi invece di rimproveri: il padrone disse loro che era stufo marcio del viaggio, e disse che non aveva più la minima intenzione di seguitare il corteggiamento, e che non sarebbe mai più andato da lei.

Analogamente agli altri, poi, anche il quinto fallì nell’impresa.

Nel frattempo, la fama della Principessa Kaguya-hime arrivò alle orecchie dello stesso imperatore, il quale decise un giorno di inviare una sua dama di corte ad accertarsi che la bellezza della fanciulla fosse come l’avevano descritta, e se così fosse stato, l’avrebbe invitata al suo palazzo per farne una dama d’onore. Quando la damigella arrivò, nonostante le insistenze del padre, la ragazza rifiutò di incontrarla; il messaggero di corte insistette, facendo notare che era un ordine reale, ma la principessa disse a suo padre che se fosse stata obbligata a recarsi al palazzo reale, sarebbe svanita per sempre dalla Terra. Quando il tutto fu riferito all’imperatore, egli si prefisse di recarsi dalla fanciulla di persona. Organizzò una battuta di caccia nelle vicinanze della casa del vecchio, e gli mandò a spiegare il piano, che fu approvato. Il giorno dopo, l’imperatore uscì a caccia con la scorta, che distanziò facilmente; trovò la casa del vecchio tagliabambù e smontò da cavallo. Senza farsi annunciare, entrò nella casa e andò dritto filato alla camera di lei. Nel vederla così tutta splendente di luce, non potí toglierle gli occhi di dosso, poichí non aveva mai visto una fanciulla più affascinante prima d’ora. Quand’ella s’avvide di essere osservata da un estraneo, cercò di sgattaiolare via, ma l’imperatore la fermò e la pregò di ascoltare quanto aveva da dirle. Ella nascose il viso tra le maniche. L’imperatore se ne innamorò perdutamente, e la supplicò di seguirlo a corte, dove sarebbe stata insignita di tutti gli onori; avrebbe mandato subito un paggio reale a prenderla e a scortarla a palazzo insieme a lui, perchí una bellezza come la sua meritava di stare in un palazzo reale e non nella capanna di un tagliabambù. Ma la principessa arrestò il suo discorso e disse che se fosse stata obbligata a trasferirsi al palazzo, si sarebbe tramutata in ombra, e già mentre parlava la sua figura cominciò a svanire. Ma l’imperatore le promise che l’avrebbe lasciata libera ed ella potí riprendere forma umana. Allora egli si rese conto di dover tornare perchí era già stato assente per troppo tempo; con la morte nel cuore le disse addio e se ne andò. Per sempre avrebbe ricordato la Principessa Kaguya come la donna più bella e affascinante del mondo: tutte le altre svanivano al confronto. Pensò a lei notte e giorno, e trascorreva giornate intere a comporre poesie in sue onore, in cui esprimeva tutto il suo amore e la sua devozione. Ella seguitò a rifiutare nuovi incontri, tuttavia alle lettere rispondeva inviando a sua volta dei versi poetici scritti di suo pugno, nei quali spiegava dolcemente che non poteva sposare nessun essere umano, e questa corrispondenza faceva piacere all’imperatore.

I genitori adottivi vedevano che adesso la fanciulla se ne stava notte dopo notte seduta sul balcone con lo sguardo malinconico verso la luna, per poi ritrovarsi puntualmente in lacrime. Una sera il vecchio la vide mentre piangeva disperata e la supplicò di confidargliene il motivo. Tra le lacrime lei gli disse che era davvero venuta dalla luna e ora si disperava perchí il suo tempo sulla terra stava per finire, e proprio il quindicesimo giorno di quel mese d’agosto sarebbero venuti a prenderla per riportarla sulla luna, dove c’erano i suoi veri genitori ad attenderla, ma dopo tanti anni trascorsi sulla terra, aveva quasi dimenticato il suo mondo e i suoi cari, ed era molto dispiaciuta all’idea di dover lasciare i due vecchi e la sua casa in cui era stata tanto felice. I due vecchi si rattristarono tremendamente alla notizia, e non se la sentirono più neanche di mangiare.

Quando la notizia giunse alle orecchie dell’imperatore, egli inviò i suoi messaggeri ad indagare, e quelli trovarono il tagliabambù molto invecchiato e provato dagli ultimi eventi, e ora dimostrava molti più anni. Piangendo amare lacrime, egli confermò la notizia, e aggiunse che non avrebbe lasciato partire la ragazza, a costo di imprigionare gli inviati della luna. I messi reali riferirono tutto quanto a Sua Maestà, e quando venne il giorno fatidico, egli mandò duemila guardie a presidiare la casa del vecchio tagliabambù: mille appostati sul tetto, gli altri mille a sorvegliare tutte le entrate; erano tutti esperti arcieri muniti di archi e frecce. Il vecchio e la moglie nascosero la fanciulla in una stanza della casa appartata. Fu dato ordine di vegliare tutta la notte e di sorvegliare la principessa a vista e stare in guardia; con tutte queste precauzioni, e con l’ausilio dell’armata reale, il vecchio sperava di riuscire a respingere gli invasori, ma la principessa disse che era tutto inutile, e che nessuna misura sarebbe servita ad impedire i suoi dalla luna a fare ciò che dovevano fare. I soldati dell’imperatore nulla potevano contro di loro, poi, tra le lacrime, disse che era addolorata di doverli lasciare, che avrebbe voluto rimanere con loro, se avesse potuto, perchí li amava come dei veri genitori, ma che non c’era niente da fare. Avrebbe però fatto di tutto per poter tornare a trovarli.

Venne la notte, e una grande luna dorata sovrastava la terra. Nel silenzio della notte tutto taceva, e sul tetto della casa i mille soldati aspettavano gli eventi. Passarono le ore e si avvicinava l’alba, e tutti sperarono che il pericolo fosse scampato, e che la Principessa Kaguya-hime sarebbe potuta rimanere, dopo tutto. Poi, improvvisamente, videro una strana nuvola circondare la luna, che cominciò a ruotare, avvicinandosi alla terra; si fece via via più vicina, e tutti si misero in allarme, vedendo che era diretta verso la casa del vecchio. In poco tempo, il cielo fu totalmente oscurato, finchí la nube si fermò a pochi metri da casa, e proprio al centro c’era un cocchio volante, con a bordo un gruppo di esseri luminosi. Quello in mezzo a loro che aveva l’aspetto di un re, e che era il capo della comitiva, scese dal cocchio, e rimanendo a mezz’aria, chiamò a gran voce il vecchio, comandandogli di uscire. “E’ giunto il momento,” disse, “che la Principessa Kaguya-hime ritorni sulla Luna da dove è venuta; ella commise un grave crimine, e per punizione fu spedita a vivere temporaneamente sulla Terra. Noi sappiamo quanta cura avete avuto di lei, e come segno di ringraziamento, siete premiati con ricchezze e prosperità. Lasciamo deposto dell’oro nella piantagione di bambù, dove potrete facilmente trovarlo.” Il vecchio rispose: “Ho allevato e cresciuto la Principessa per vent’anni, e in questo tempo ella non ha commesso un errore neanche una volta, pertanto, la dama che cercate non può essere questa. Vi prego di cercare altrove.” Alchí, un messaggero lunare disse a gran voce: “Principessa Kaguya-hime, vogliate degnarvi di uscire da questa dimora e venite via subito.” A queste parole, i paraventi della stanza della principessa si spalancarono, rivelando la fanciulla in tutta la sua radiosità e bellezza; i paggi reali la condussero al carro, e l’aiutarono a salire. Lei si guardò alle spalle, lanciando un ultimo sguardo compassionevole al buon vecchio, ed ebbe per lui parole di conforto: gli disse di ricordarsi sempre che non li aveva lasciati di sua volontà, e disse che ogni volta che avrebbero sentito il bisogno di lei, non avrebbero dovuto fare altro che rivolgere gli occhi alla luna. Il vecchio implorò il permesso di accompagnarla, ma non gli fu permesso. La Principessa si tolse allora il mantello ricamato e glielo lasciò in ricordo.

Uno degli abitanti della luna, dal cocchio, sorreggeva una magnifica veste di piume, un altro, una fiala d’Elisir di Lunga Vita che fu fatto bere alla Principessa; ella ne bevve un sorso e stava per dare il resto al vecchio, ma glielo impedirono. Stavano per porle sulle spalle la veste di piume, ma ella disse: “Aspettate un attimo. Non posso dimenticare il mio caro amico imperatore: devo scrivergli ancora una volta per dirgli addio finchí sono ancora in forma umana.” Il corteo lunare era impaziente, ma dovette aspettare che ella finisse di scrivere la lettera. Mise nella busta l’Elisir di Lunga Vita e chiese al vecchio di consegnarla all’imperatore. Poi, il carro cominciò a ruotare e a salire verso il cielo, e mentre quelli che rimanevano l’osservano con le lacrime agli occhi mentre si allontanava, il sole spuntò, e nella rosea luce del giorno il carro della luna e tutti i suoi occupanti si persero tra le nuvole sospinte attraverso il cielo sulle ali della brezza del mattino.

La lettera destinata all’imperatore fu consegnata il giorno stesso; Sua Maestà aveva paura di toccare l’Elisir di Lunga Vita, perciò lo fece condurre sulla sommità del sacro Monte Fuji, e lì la lettera e il liquido furono bruciati al tramonto.

E, a causa di quel fatto, ancora oggi in Giappone si dice che il fumo che si vede fuoriuscire dalla cima del monte Fuji, sia in realtà l’Elisir che brucia ancora. (da Paroledautore.net)

30 ANNI

“Io mi divertivo ad avere trent’anni, io me li bevevo come un liquore i trent’anni. Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché’ sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, e non è cominciata la malinconia del declino. Perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. E’ viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi. Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…”Fallaci O.

 

Qual è il regalo più bello che hai ricevuto oggi Fede?

Un anello. Un anello di diamanti.

Uh. Qualche ragazzo?

La mia famiglia. Un diamante è per sempre. E con la fortuna che ho io rischio anche di trovare quello che se ci lasciamo lo rivuole indietro. 🙂

…e Tanti Auguri.

A ME!